Dopo i travagliati trascorsi della guerra e dopo alcuni tentativi di affermare un suo ruolo nel mondo del lavoro, Giuseppe Gambino, mio padre, giunse nel 1954 a Venezia con la ferma e incrollabile intenzione di diventare pittore.
Si accorse da subito che Venezia era la collocazione ideale per intraprendere quella sua inusuale e insicura carriera. Culla fiorente di artisti, ricca di attività espositive ed iniziative culturali la città forniva ai giovani pittori molte opportunità per farsi conoscere.
Allo scopo di emergere in quel mondo papà, tra le altre, partecipò in quel periodo a svariati premi di pittura nazionali e internazionali venendo molto spesso selezionato e di alcuni fu anche vincitore. Fitta in questi anni è la relativa corrispondenza conservata nel suo archivio.
Nel 1956 egli fu selezionato per due importanti eventi: Il Premio Burano e la XXVIII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.
Per descrivere quel periodo di fermento culturale che finalmente poté esprimersi con libertà dopo la fine del conflitto bellico, sono costretta nel seguito a cercare di ripercorrere la storia di quei movimenti artistici che videro la luce a Venezia, ma anche a livello nazionale e mondiale. Mi perdoneranno i facilmente più eruditi intenditori d’arte leggendo le inevitabili imprecisioni.
Il Premio Burano vide la sua prima edizione nel 1946, proprio dopo la fine della guerra, quale omaggio alla Scuola pittorica che si era formata ed era fiorita sull’isola nei primi decenni del ‘900.
La Scuola di Burano appunto era nata spontaneamente verso il 1910 su iniziativa di alcuni pittori che desideravano trascorrere l’estate lavorando insieme nella tranquillità dell’isola veneziana. Loro soggetti furono i colori vivaci delle case, il paesaggio delle barene, la semplicità della vita sull’isola. Non si trattava in verità di una scuola di pittura come quelle nate a Venezia durante il Rinascimento, ma di un connubio di artisti caratterizzato da tecniche pittoriche differenti e aperti alle nuove tendenze dell’arte. Tra questi spiccano nomi di alto rilievo come Pio Semeghini, Gino Rossi, Luigi Scopinich, Ugo Valeri, Tullio Garbari, Jehudo Epstein e lo scultore Arturo Martini.
Durante questi raduni gli artisti erano spesso ospitati da Romano Barbaro nella sua centralissima Trattoria. Alla loro frequente indigenza Romano offriva incondizionata accoglienza sfamandoli con “quello che c’era”, per amore dell’arte e per amicizia.
Gli artisti per sdebitarsi, per la sua grande ospitalità e accoglienza, spesso regalavano una loro opera a Romano perché venisse appesa alle pareti della trattoria. Ben presto il locale si riempì di quadri, che tutt’ora si possono ammirare “fitti ai muri come francobolli in un album”.
Lo scoppio nel 1914 della Prima Guerra mondiale purtroppo mise fine a questo idilliaco convegno di artisti.
Tuttavia certe abitudini non furono destinate a scomparire se anche il giovane Gambino transitò per Burano già nel 1954, come testimonia un suo disegno appeso alle pareti del Ristornate da Romano, affacciato al tavolo 66, con dedica: “A Romano Barbaro di Burano con sincera simpatia Giuseppe Gambino – dicembre 1954″.

Il Ristorante “Da Romano” a Burano

Il disegno di Gambino del 1954
Ma torniamo al Premio Burano del 1956.
Come è possibile leggere nel Bando di Concorso il Premio era bandito dal Comune di Venezia per opere di paesaggio (pittura, disegno, incisione) ed era aperto a tutti gli artisti italiani o residenti in Italia.
L’organizzazione e la direzione del Premio furono curate dalla Direzione delle Belle Arti del Comune di Venezia, allora presieduta da Pietro Zampetti.
La giuria per l’accettazione delle opere e l’assegnazione dei premi era composta da Eugenio Da Venezia, Virgilio Guidi, Mauro Innocenti, Giuseppe Marchiori, Franco Russoli, Piero Zampetti, Guido Perocco (segretario).
Il tema proposto è ancora il paesaggio con una particolare attenzione al “paesaggio lagunare ispirato a Burano”.
302 artisti presentarono 602 opere di pittura, 134 di disegno e 70 incisioni. La giuria selezionò 175 artisti per un totale di 196 opere di pittura, 38 di disegno e 52 incisioni.
Tra gli artisti selezionati c’è anche Gambino con ben due opere. La notizia gli venne comunicata dalla segreteria del Premio non nota prot. n° 3028/36. Giuseppe Gambino partecipò quindi con le opere “Paesaggio a Venezia” e “S. Rocco”.
Il piccolo catalogo, con la sua allegra e marinaresca colorata copertina, riporta l’elenco degli artisti partecipanti e delle loro opere, nonché una selezione di illustrazioni. Del dipinto “Paesaggio e Venezia” il catalogo riporta anche una fotografia.
Per recarsi all’inaugurazione e per accedere alla mostra papà usufruì di una tessera di libero ingresso nominale.

La comunicazione di ammissione al Premio
La tessera d’ingresso

Pagine del Catalogo del Premio Burano 1956
Il Premio Burano nacque contemporaneamente al Premio La Colomba e al movimento Fronte Nuovo delle Arti, entrambi sensibili alle nuove correnti dell’Astrattismo.
Nel 1956 le opere astratte furono la novità di rilievo, presenti soprattutto nella sezione “Paesaggio libero”. Vi troviamo tra gli altri Tancredi Parmeggiani e Gino Morandi. Sebbene non avessero vinto premi ufficiali, ottennero riconoscimenti significativi.
Il mondo dell’arte, era evidente, si stava allontanando progressivamente da quei soggetti che avevano costituito le tematiche tradizionali della Scuola di Burano.
Forse per le ragioni di questi cambiamenti, quella del 1956 fu l’ultima edizione del Premio Burano e fu tenuta dal 28 luglio al 16 settembre in contemporanea con la XXVIII Biennale di Venezia.
Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale la prima edizione postbellica della Biennale di Venezia fu un avvenimento eccezionale. Arrivarono in laguna Picasso e gli artisti della fondazione Peggy Guggenheim. Le avanguardie artistiche del XX secolo trovarono terreno per esprimersi dopo sei anni di interruzione.
In questo clima e negli anni a seguire maturò la diatriba tra realisti, che promuovono un’arte figurativa diretta e ortodossa nella trasmissione dei contenuti e astrattisti che rivendicano il primato della libertà di ispirazione.
La polemica tra astrattismo e realismo raggiunse uno dei suoi apici proprio nel 1956 e la Biennale fu il teatro di questa contrapposizione. Le scelte della giuria e l’assegnazione dei premi furono oggetto di accese discussioni tra critici, artisti e intellettuali.
Anche Gambino si dovette confrontare con questi nuovi indirizzi. Le sue tendenze artistiche lo vedono scegliere il difficile percorso del rifiuto delle esperienze dominanti. A chi lo ha interrogato sulle motivazioni di questa scelta, ha detto: “Questi artisti non interessavano né me né i miei amici, talmente radicate erano le nostre convinzioni figurative. Noi volevamo raccontare.”
Credo che in questa dichiarazione risiedano le vere ragioni della sua scelta. Completamente autodidatta, papà non aveva una cultura artistica strutturata. Aveva però come modelli le numerose opere di arte antica che aveva potuto ammirare fin da ragazzino e sulle linee delle quali aveva modellato il suo tratto. Descrivere la realtà era stato per lui l’unico modo per evadere dagli orrori della guerra e probabilmente anche l’unica possibilità di esprimere il suo pensiero senza mettersi in pericolo. Raccontava papà con entusiasmo di quei primi tempi a Venezia. Lui e i suoi amici esponevano le loro opere per strada, allestivano improbabili esposizioni in piazza San Marco, disegnavano facciate e chiese direttamente dal vivo piazzando il cavalletto dove meglio loro piaceva. Parlavano e si scambiavano idee senza timore, potendo affrontare qualsiasi argomento. E ricordava che parlavano spesso di cibo, tanta era stata la fame patita. Insomma questa possibilità di “raccontare” finalmente senza paletti condizionò senz’altro il suo modo di dipingere. E lo fece in quella sua particolare maniera che era l’unica che conosceva e che appagava la sua voglia di creazione.
Così si pose in controtendenza rispetto agli emergenti astrattisti anche a costo di rimanere escluso dalle occasioni dell’epoca.
Forse fu per questo che la Biennale del 1956 fu l’ultima alla quale venne invitato.
Con nota del 06 aprile 1956 il Segretario Generale dell’Ente Autonomo La Biennale di Venezia, Prof. Rodolfo Pallucchini comunicò al pittore Giuseppe Gambino l’ammissione di tre sue opere. Si tratta dei dipinti “Pretino Rosso”, “Il Ciclista” e “Pretini”, tutti del 1956. In allegato alla lettera i dettagli dei lavori della Commissione.
La Commissione d’Accettazione incaricata di esaminare le opere presentate al concorso per l’ammissione alla Biennale era composta da Roberto Longhi, presidente, Gisberto Ceracchini, Pericle Fazzini, Francesco Menzio, Rodolfo Pallucchini, Orfeo Tamburi, Pietro Zampetti ai quali si era aggregato il pittore Renato Guttuso, quale membro eletto dagli artisti concorrenti.
Durante sette giornate di lavoro vennero esaminate 4272 opere fra dipinti, sculture, bianco e nero e medaglie di 976 artisti.
Furono ammessi all’esposizione 375 dipinti di 125 pittori, 135 opere di 61 scultori, 135 lavori in bianco e nero di 45 artisti e 18 medaglie di 6 medaglisti.
Il Catalogo a pag. 97 riporta le opere di Giuseppe Gambino esposte nella Sala XXII del Palazzo Centrale, dove nelle sale dalla XVII alla XXIX espongono Artisti italiani vari. La mappa del Padiglione Centrale aiuta nell’orientamento.
A Giuseppe Gambino venne rilasciata una tessera di libero ingresso.
In quegli anni l’ente stesso disponeva di un ufficio vendite diretto dal gallerista e mercante d’arte Ettore Gian Ferrari. Ed è proprio lui a scrivere il 9 novembre 1956 al pittore Giuseppe Gambino che tutte e tre le sue opere erano state vendute ai collezionisti per una cifra totale di lire 240.000. I quadri andarono a San Francisco, a Roma e a Bergamo.
E’ infine il curatore Umbro Apollonio a richiedere a Gambino indicazioni sulla sua persona e sul suo lavoro allo scopo di conservarle nell’Archivio Storico d’Arte Contemporanea della Biennale di Venezia, dove ancora le troviamo.
Il dettaglio del lavoro della Commissione

La comunicazione di ammissione alla XXVIII Biennale di Venezia e la Tessera d’ingresso


Pagine del Catalogo della XXVIII Biennale

Le comunicazioni dell’Ufficio Vendite e dell’Archivio Storico della Biennale
Negli anni a seguire le nuove tendenze dell’arte divennero senz’altro predominanti ma non furono certo le uniche. Dall’archivio della corrispondenza di papà del 1960 è emerso un ritaglio di giornale ben piegato e conservato. Si tratta di un articolo tratto dal giornale La Fiera Letteraria, rivista italiana di lettere, scienze e arti.
Nell’edizione La Fiera Letteraria – XV – n. 43 – 23 ottobre 1960, a pagina 6, compare un divertente e piccante articolo di Giuseppe Sciortino – critico d’arte, poeta, scrittore, giornalista, siciliano come papà – intitolato proprio “I fatti della Biennale” (https://www.bibliotecaginobianco.it/flip/FIL/FIL15-4300/6/).
L’obiettivo era quello di aprire un dibattito su uno dei più scottanti problemi dell’arte contemporanea e si invitavano gli artisti e critici a manifestare liberamente le loro idee.
Chissà se anche il timido e riservato Gambino partecipò in qualche maniera a questo scambio di opinioni o se invece continuò imperturbato a dipingere alla sua maniera.

L’articolo di Giuseppe Sciortino
This entry was posted on sabato, Gennaio 24th, 2026 at 17:46
You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed.
Posted in: Non categorizzato

