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Pino Gambino. Una storia tutta da scoprire. Chez Galleria Stocco.

Pino Gambino. Una storia tutta da scoprire. Chez Galleria Stocco.

di Giancarlo Saran

(E’ una storia lunga, come “non si dovrebbe” sui social a consumo di nanosecondi dal pollicione automatico, ma se avete la pazienza di dedicargli i minuti necessari, un racconto straordinario, di un uomo vero, che pochi o nessuno più ricorda)

In comune avevano due cose, la Sicilia e il cognome, ma fare Gambino, nel mondo, è un problema.
Ben lo sapeva il buon Giuseppe (Pino) Gambino, nato a Vizzini (all’ombra dell’Etna, cioè Catania), nel 1928, di professione pittore e poeta dell’anima, il quale, ogni volta che doveva varcare la frontiera, veniva scannerizzato dagli uomini in divisa, di qua e di là dell’Atlantico (ma anche a Ventimiglia) neanche fosse cuggino di quell’altro Gambino, tale John, che non solo era palermitano (cioè dall’altra parte del mondo, per un siciliano doc), ma viveva stabilmente a Broccolino, in quella Little Italy ben descritta nei film da Padrino con Marlon Brando & co.
Questa e altre storie ce le ha raccontate Flavio Stocco mentre allestiva, sigaro in resta, assieme al suo Jacopo, la Mostra-Racconto che andrà in onda da oggi, 29 gennaio, alle 17.30, nell’atelier della Galleria FlavioStocco, in quel di Borgo Pieve, al civico 21
Una vita, quella di Pino Gambino, che va scoperta poco a poco, gustando le sue opere (ne ha dipinte da 3 a 4000, senza mai catalogarle sul suo diario di bordo) che qui vengono esposte nella ridotta sopravvissuta alla sua scomparsa, nel suo studio di Preganziol, custodito intatto dall’amore di moglie e figlia, a futura memoria.
Già il titolo è intrigante “Opere Aperte”, che in questo caso vuol dire opere non finite, rimaste in stand by permanente effettivo, a futura memoria, perché Pino, in quel 7 gennaio del 1997, decise di portare i suoi pennelli a dipingere tra i pascoli del cielo.
Opere Aperte, perché Pino faceva così. Si aggirava per il mondo, che per lui era concentrato tra Venezia, la sua Sicilia e l’Andalusia da cui si era fatto adottare, scattava – con il pennello o il carboncino – delle istantanee per strada, a fotografare sulla tela immagini di volti, paesaggi, case dalle imposte aperte sulla sua fantasia, che poi andava a carburare di atmosfere e colori nel privato del suo atelier.
E così hanno voluto i suoi familiari che, questa ventina di incompiute di Pino venissero esposte al pubblico, nel ricordo del ventennale, perché ognuno di noi le ricomponga, in un ipotetico finale, per immaginarsi delle storie che qui sono solo suggerite.
Pino, con quella faccia un po’ così da Fiorello del ‘900, nasce a Vizzini, ma il papà lo porta presto, con la sua famiglia, a vivere tra le atmosfere del Palazzo Ducale, a Mantova, posto che è apprezzato funzionario delle Belle Arti di allora.
Qua, tra queste sale e corridoi che traspirano di Gonzaga e Rinascimenti silenziosi, si forma quell’imprinting di Pino che lo accompagnerà per il resto della sua vita.
Corre spensierato, il piccolo Pino, con qualche amico fidato, respirando arie che gli toccano, nel profondo, le corde dell’animo.
Per sempre.
Arriva la guerra e papà Carmelo se lo porta al Castello di Montecuccoli, tra gli Appennini modenesi.
Qui, assieme al Sopraintendente Piero Zampetti (che incontreremo anche più avanti) vengono messe in salvo dalle devastazioni guerriere, opere d’arte che arrivano un po’ da tutto il nord Italia.
Ma, purtroppo, siamo anche nelle trincee della Linea Gotica, e le sturmtruppen di stanza locale, “nella loro furia indemoniata”, costringono il giovane Pino a trasformarsi in becchino in calzoni corti.
C’erano da ripescare i cadaveri nelle fosse comuni. Lavarli, buttarli nelle casse di legno e inchiodarli poi per sempre, nel dolore che li accompagnava delle loro famiglie.
“Diventai adulto all’improvviso, passando da un mondo di sogni alla realtà più tragica”.
La guerra lasciò al giovane Gambino queste profonde cicatrici nell’anima, ma pure nei dintorni.
La tisi gli devastò i polmoni e, dopo lunghi pellegrinaggi per i sanatori di mezza Italia, una chirurgia demolitiva, ma necessaria per salvargli la pellaccia, gli amputò mezza cassa toracica.
Da lì, poi, una postura, che accompagnò poi per sempre, con tratto caratteristico, il porsi del giovane Gambino che, divenuto adulto, iniziò una carriera che lo fece conoscere in mezzo mondo.
A nemmeno 30 anni, nel 1954, arrivò a Venezia.
Città che lo stregò per sempre, tanto che, preso dalle sue atmosfere, non dipinse più per quasi un anno.
“Questa è la mia Città e ho cominciato a essere subito veneziano…”
“Infatti, el parlava co mi sempre in venexian”, precisa il nostro Flavio Stocco.
“Venezia era la Città che avevo sempre sognato. Mi si presentava sotto due aspetti. Quello di un grande palcoscenico, quello di una scenografia totale che investiva la vita stessa, e quella della sua dimensione culturale, cosmopolita…” che non si sarebbe potuta trovare altrove.
Qui iniziano i percorsi di un Gambino adulto, a tutti gli effetti.
Inizia una rete di conoscenze, di relazioni, che lo porta più volte anche negli Stati Uniti (dopo aver ogni volta precisato che lui, con i Gambino di Broccolino, non c’entrava proprio una mazza) e inizia a far fortuna.
Tuttavia sempre scontrandosi con un mondo, quello dell’arte in pieno boom economico, in cui il valore del messaggio artistico, spesso diventava secondario a un puro mercato speculativo, gestito da personaggi di incerta virtù, in un clima da “pseudo intellettualismo”.
“E’ un giovane che opera solitario, con difficoltà su di un mondo che lui sente dolorosamente terremotato”, aveva detto di lui, in tempi non sospetti, Giuseppe Mazzariol.
“Colgo una non coscienza che ha il cosiddetto “uomo della strada”, forse c’entra la situazione poetica dell’uomo contemporaneo, il quale rimane alla superficie delle cose”.
Siamo nel 1962, e non c’erano ancora i social, sempre più devastanti su questo substrato sociale innato del nostro essere (leggere articolo dedicato a Cesare Borgna, su “La Verità” di oggi).
Le condizioni di salute obbligano il veneziano Pino a svernare per alcuni mesi all’anno a Cordoba, in Andalusia.
“O compagnavo mi, parchè el guidava così mae, che neanca un venexian…” ricorda Flavio, studiando l’allestimento con occhio
sapiente.
In Andalusia la poetica di Pino Gambino si arricchisce ulteriormente.
Cambia, per certi versi, il suo modo di raccontare la realtà.
“Mi complimento con me stesso per il fiuto (come un cane da caccia) a percepire i posti che sono buoni per dipingere… qui basta girare il cavalletto e ogni facciata (di palazzo, n.d.r.) è un quadro”.
Scopre un’Andalusia minore, con le sue case bianche accecate dal sole, le vie deserte in cui “le sole cose umane sono “los perros” (cioè i cani).
Termina i suoi ultimi anni a Preganziol, dove l’aria è più sana delle calli veneziane, anche perché le trasferte andaluse iniziano a diventare sempre più defatiganti per il suo fisico stremato dai tempi della Linea Gotica, incapace oramai di subire quella violenza dell’uomo che lo ha visto sempre e dignitosamente … da un’altra parte.
Perché “Il pittore dipinge, non parla”.
Infatti, le sue opere parlano per lui, anche se incomplete, come quelle esposte, stimolandovi al dialogo con la vostra fantasia e sensibilità.
Provare per credere.


Giuseppe Gambino, “OPERE APERTE” alla Galleria Flavio Stocco, fino al 10 febbraio.

14:03 , 7 Febbraio 2017 Commenti disabilitati su Pino Gambino. Una storia tutta da scoprire. Chez Galleria Stocco.