L’unica vera misura di un artista è la sua evoluzione.
Conobbi per la prima volta Gambino a Venezia, nel 1958, e fui immediatamente colpito dalla potenza ingenua della sua arte. Sia che dipingesse gli edifici di età indefinibile della città che aveva adottato, sia che indugiasse ad osservare, isolandola, la figura di una ragazzina vestita di una gonna azzurra, sempre si scopriva nell’opera sua un occhio pieno di comprensione, una mano esperta, un’intelligenza penetrante, una fresca immaginazione.
Mia moglie ed io, in quei brevi giorni, avemmo il privilegio di conoscere Gambino anche come uomo, e non fui sorpreso di scoprire nell’artista un essere umano, pieno di calore e di intensa vitalità, di interesse per ogni cosa o persona, inquieto, ansioso di lavorare e di svilupparsi.
Bene, si dice « Non dimentica », ci si imbarca sul motoscafo, un aeroplano ci riporta a New York, e Venezia è ormai infinitamente lontana. E sebbene per un breve periodo si mantenga una certa corrispondenza, ci si rende conto che veramente il nostro italiano e l’inglese di Gambino non sono così buoni da permettere che le rispettive idee si concretino in un’espressione fluida, e così le lettere cessano. Il ricordo di Gambino si limita alle due tele appese alla parete del soggiorno.
Ed ecco che, nove anni dopo, mi ritrovo a Venezia, c’è un’esposizione di opere di Gambino. Entro nella galleria, chiedo alla bionda segretaria dove potrò trovare Pino, spiegandole che siamo vecchi amici. Prima che siano passati dieci minuti, eccolo arrivare alla galleria. Esita un momento per richiamare alla memoria il mio viso, poi il tempo si ferma — siamo di nuovo nel 1958 — ma qualche differenza c’è.
Le differenze sono nell’uomo e nella sua opera. Differenze che stupiscono. Dove nel 1958 vi era una pro-messa, nel 1967 la sua realizzazione. In luogo del talento che si distingueva appena nel 1958, ora, nel 1967, vi è la piena consapevole padronanza di quel talento. La sua tavolozza, già forte in quel tempo, ora ha acquistato una potenza travolgente, le sue pitture risplendono con l’intensità di segreti rivelati. C’è lo stesso senso della composizione, lo stesso infallibile occhio per ciò che è essenziale, lo stesso atteggiamento di fresca fantasia, ma a queste qualità si aggiunge ora un vigore nuovo che viene proprio dall’uomo. Dopo tutto, in arte non vi sono misteri : l’uomo è l’opera, l’opera è l’uomo. Gambino uomo col passare degli anni è enormemente cresciuto e possiamo davvero dirci fortunati che abbia potuto e saputo tradurre nelle sue tele questa sua evoluzione, in modo da farci partecipi della sua magnifica, unica visione della vita, una visione che si estende molto al di là del cerchio d’acqua che circonda Venezia. Ora Gambino tocca la mente e il cuore, e mente e cuore sono vastità illimitate che solo il vero artista può raggiungere.
Evan Hunter
presentazione del volume GAMBINO
edizioni della galleria d’arte “il traghetto” – venezia
Ed McBain, nome d’arte di Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino (New York, 15 ottobre 1926 — Weston, 6 luglio 2005), è stato uno scrittore e sceneggiatore cinematografico statunitense. Figlio di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte (in provincia di Potenza), è cresciuto nel quartiere di East Harlem, e morto nel Connecticut all’età di settantotto anni . Ha pubblicato centinaia di romanzi polizieschi e molte sceneggiature firmando sia con il suo vero nome Evan Hunter sia con diversi altri alias, in particolare quello di Ed McBain (il maggiormente conosciuto e quello usato per i romanzi polizieschi). È con il proprio nome che ha scritto quelli che sono probabilmente i suoi romanzi di maggiore impegno: Il seme della violenza (The blackboard Jungle, del 1954) e la sceneggiatura originale del film Gli uccelli, portato sul grande schermo dal regista Alfred Hitchcock. Come Ed McBain, ha scritto la famosa serie di romanzi dell’87Q Distretto e la serie di Matthew Hope.
This entry was posted on mercoledì, Gennaio 11th, 2017 at 16:35
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