Lidia Zanetti Gambino, moglie di Giuseppe Gambino, compie, oggi 4 novembre 2016, novant’anni. Le augurano, assieme a tutti noi, buon compleanno, con queste due lettere, Ennio Pouchard e Daniela Zamburlin.
Una lettera di Ennio Pouchard, critico d’arte
Treviso, 15 ottobre 2016
Cara Lidia,
l’altro mese stavo per scriverti, poiché m’ero accorto che si stava avvicinando la ricorrenza dell’88° compleanno di Pino (che per me è passata quattro mesi prima). Una delle due “8” che, sdraiata in orizzontale, diventa il simbolo matematico dell’infinito, mi è sembrato valesse per il tuo modo di far rivivere da ormai quasi vent’anni la memoria del tuo uomo come una cosa senza fine. Non ho potuto dirtelo, perché a causa di uno stupido incidente che mi è capitato in casa sono stato ricoverato al pronto soccorso; ora che sto di nuovo bene (anche se ancora un tantino acciaccato), riprendo il discorso, non più per gli 88, ma per la novità del sito Internet, che ho appena esaminato in dettaglio: ben distribuito e bene strutturato, elegante, invitante; il che non è poco.
Ripensando a Pino e a te non ho potuto fare a meno di ricordare (quando tu avevi già costituito l’Associazione degli Amici di Giuseppe Gambino, ed eri riuscita a far dedicare a Pino la bella piazzetta di Preganziol) quanto tu e io, per tua iniziativa, abbiamo fatto insieme per la memoria di Gambino e per l’arte di Gambino. Alle giornate spese, prima di tutto, per ottenere lo spazio espositivo al Museo di Santa Caterina, e poi per la scelta delle opere e dell’editore del catalogo, dei dati necessari e dei ricordi dei Quattro Rusteghi di Wolf-Ferrari, per i quali avevo avuto l’entusiastico aiuto di Trevisi, che ne era stato il regista: sempre ricco di ricordi su ogni particolare delle scenografie, degli allestimenti, delle recite, il caro Paolo; che ora, nel paradiso degli artisti, dove certamente sono entrambi, starà chiacchierando con lui, forse anche di noi.
Sono trascorsi dieci anni dalla mostra, e il mio cassetto dei ricordi contiene immagini e fatti che la riguardano. Il lavoro per il catalogo è stato assillante, perché oltre alla mia parte, come curatore, c’erano anche la scelta dei testi per la bibliografia, il lavoro accanto al grafico della stamperia per l’impaginazione, le analisi delle fotografie,… e gli inviti, i comunicati stampa, il dépliant, gli stendardi per il Museo e per le strade, i manifesti. La Sala Ipogea — te ne rammenti? — l’abbiamo inaugurata noi; sul pavimento c’era ancora l’intonaco di quando l’avevano costruita, per di più coperto di vernice protettiva, e col tempo ormai agli sgoccioli siamo dovuti andare persino dal Sindaco a implorare soccorso. E i deumidificatori per l’ambiente, che trasudava acqua… Ma ce l’abbiamo fatta. Mi telefonavi ogni giorno; eri ansiosa, ma sempre positiva e pronta a darti da fare per lavorare ancora a due; ci abbiamo riprovato anche dopo, per le edizioni del Premio Gambino, che ho curato con te.
Concludo: io ho visto molti congiunti di artisti deceduti che, quando non hanno nuociuto alla memoria dei loro cari, li hanno fatti cadere nel dimenticatoio collettivo; tu rappresenti un caso esemplare del contrario, e vorrei che per il tuo novantesimo compleanno provassi questa certezza come il regalo più bello.
Te lo dico con profonda amicizia.
Ennio Pouchard
Una lettera di Daniela Zamburlin, giornalista
Venezia, 4 novembre 2016
Cara Lidia,
ti scrivo questa lettera per augurarti buon compleanno. Se ben ricordi da quando ci conosciamo, ti ho sempre fatto gli auguri, magari per telefono, ma quest’anno… quest’anno ti meriti un augurio davvero speciale.
La prima volta che ti ho incontrato, mi sei comparsa nel riquadro della porta dell’Archivio di Redazione del Gazzettino: eri venuta a cercare notizie di ‘Gambino’, così ti ho sempre sentito chiamare tuo marito, il pittore Giuseppe Gambino. Non ricordo la data esatta di quel nostro primo incontro ma penso fosse la primavera del 2002. Da allora la nostra amicizia è cresciuta, abbiamo condiviso un tratto di vita importante per entrambe, ricco di tutto un po’, come sempre è la vita, mescolando gioie a dolori, speranze a delusioni, ma facendo sempre progetti e programmi, mai dimenticando l’amore per l’arte e la cultura.
La tua intelligenza vivida, la tua passione per la vita, il tuo ottimismo, la tua forza e il tuo coraggio, la tua curiosità intellettuale mi sono state di esempio e di aiuto. Insieme ci siamo anche divertite e nelle lunghe telefonate serali che per anni ci siamo scambiate, ho imparato da te molte cose sull’arte, non solo veneziana, e mi ha sempre colpito la tua capacità di assorbire concetti per elaborarli poi in maniera personalissima e ricca di sensibilità.
Gambino lo conoscevo già, quantomeno attraverso recensioni di critici d’arte, biografie di studiosi, articoli vari e, naturalmente, attraverso i suoi quadri da alcuni dei quali, come da quelli su Venezia, facevo (e faccio) fatica a staccare gli occhi, come se contenessero molto più di quello che lo sguardo può cogliere, una profondità metafisica che va ben oltre la raffigurazione e il colore, splendido e fantastico, dei monumenti, come se, attraverso la bellezza, volessero paradossalmente parlare d’altro non escluso il dolore di vivere.
Ma nessuno mi ha fatto capire e ad apprezzare Gambino come sei riuscita a fare tu, ed è per questo che nel giorno del tuo novantesimo compleanno permettimi di portare alla conoscenza di tutti il breve, illuminante scritto su Gambino che una volta mi hai affidato. Le tue parole sono una preziosa testimonianza sull’uomo e sull’artista, su questo straordinario pittore: nel giono del tuo anniversario, da donna generosa e anticonformista quale sei, fai tu un regalo a noi.
Con affetto
Daniela
P I N O
Ci siamo conosciuti quasi per caso in una splendida mattina di maggio. Un vero colpo di fulmine. Dopo 24 ore gia sapevamo cosa avremmo voluto nei futuri 50 anni. Peccato: furono un po’ meno perché dopo una lunga malattia lo persi nel 1997. Dopo ho cercato in tutti i modi di colmare il vuoto che mi ha lasciato. Innanzi tutto pensandolo istante per istante, poi parlando ogni giorno di lui con vecchi e nuovi amici. Con quelli che l’avevano conosciuto ed amato mi fu più facile, con gli altri mi sono adoperata affinché attraverso i miei racconti se ne innamorassero. In questo modo è rimasto sempre qui in casa. A volte lo sento parlare, spesso anche tossire. Ho rivissuto la nostra intensa esistenza riguardando tutte le sue cose e scoprendone molte che non conoscevo. Ombre e luci che palpitano ancora. Ho studiato ogni sua linea, ogni suo colore rivedendo musei e musei, studiando per quanto potevo gli autori antichi e moderni e le discipline culturali ed artistiche di altri paesi, comprendendo di più i suoi insegnamenti, il suo vivace discorrere e i suoi lunghi silenzi. Ricordo che non si poteva parlare fino alle 11 del mattino. Dicevo a Francesca: “Fai la brava, papà sta pensando ai quadri che farà”. Però la casa pur nel silenzio era satura di tutto e tutto girava in un immenso disordine di idee che pian piano si calmavano, trovavano un senso e lui le plasmava. Per me Pino è stata una finestra spalancata e ancora lo è. Per lui, mi auguro di essere stata d’aiuto, prima nella sua burrascosa vita di artista, più avanti nella maturità, un punto fermo, una stabilità sempre cercata, un mantello con cui potersi scaldare e riposare.
Venezia, 17 novembre 2010
Lidia Zanetti Gambino
