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Le opere

Le opere “aperte” di Gambino A 20 anni dalla scomparsa dell’artista «stregato da Venezia» una rassegna sui dipinti che non riuscì a terminare

IL GAZZETTINO Martedì 31 gennaio 2017

CASTELFRANCO

“Giuseppe Gambino, Opere Aperte”, è il tema della mostra allestita nella Galleria Flavio-stocco di Castelfranco Veneto, aperta fino al 10 febbraio, che celebra il ventennale della scomparsa dell’artista. “Pino”, nato a Vizzini (Catania) nel 1928, fin  dall’infanzia è vissuto nel Nord, dove suo padre, funzionario delle Belle Arti, seguiva la propria carriera, cambiando varie sedi. Quando, superate le avversità della guerra, gli è sembrato giusto cominciare a mettere a frutto la sua spontanea versatilità artistica, ha scelto di lavorare a Bologna, ed è lì che ha incontrato il pittore Nino Caffè, grazie al quale è entrato nel mondo della grafica pubblicitaria. Poco dopo un viaggio a Venezia gli cambiò la vita: “Ero stregato. Non ho avuto un attimo di esitazione: questa è la mia città, mi son detto”. Vi si trasferì nel ’54 e all’Accademia seguì le lezioni di Guido Cadorin. Nel suo stile, diventato presto inconfondibile, influiva il forte impatto delle architetture veneziane. Già nel ’56 esponeva tre sue opere alla Biennale, e l’anno dopo faceva il primo dei suoi numerosi viaggi in Spagna, che gli diedero sensazioni fondamentali per la sua poetica.

 Il titolo dell’attuale mostra deriva dal fatto che i dipinti sono stati selezionati tra quelli che egli non ebbe il tempo di terminare. “Aperti” quindi a interpretazioni formulabili ragionando sulle sue opere finite; e ciò fa emergere due concetti che vanno chiariti, al fine di evitare malintesi: “opera aperta” e “non-finito”. Il primo, espresso da Umberto Eco nel ’58, in una relazione al 12° Congresso Internazionale di Filosofia a Venezia, e pubblicato nel ’63 nella prima edizione del libro così intitolato), riguardava, nell’area culturale specifica della semiologia – estesa poi a scienze e arti – un modello di lavoro ambiguo, nel senso delle possibilità interpretative che offriva al fruitore; e “ipotetico” in quanto elaborato, sì, nel concreto dall’autore, ma fluido nella fase della ricezione. Il “non-finito” risale invece Michelangelo, per il quale la pietra lasciata allo stato grezzo in alcune parti della scultura rientra nel processo creativo stesso, per il contrasto che crea tra la materia e lo spirito dell’opera. Nel caso di Pino Gambino, se il non-finito delle opere non è dipeso da una sua scelta ma dal destino, dobbiamo parlare di opere incompiute. Si sa però che parecchi dei suoi lavori precedenti fu proprio lui a volerli così; “…e meriterebbero una rassegna speciale”, scrissi dodici anni fa nel 2° volume del catalogo generale da me curato, in previsione della grande retrospettiva, voluta da Lidia, moglie del pittore, e allestita nella sala ipogea del museo di Santa Caterina a Treviso, aperta per la prima volta al pubblico. È merito di lei e della figlia Francesca l’aver tutelato e difeso questi dipinti (di chiese, palazzi, paesaggi, figure), proposti ora proprio in “una rassegna speciale” per un nuovo esame critico, più ampio ed esteso: “aperto”, in definitiva, in tutti i sensi.

Ennio Pouchard

13:09 , 31 Gennaio 2017 Commenti disabilitati su Le opere “aperte” di Gambino A 20 anni dalla scomparsa dell’artista «stregato da Venezia» una rassegna sui dipinti che non riuscì a terminare